Quando parliamo di salute mentale, le parole non sono mai del tutto neutre. Espressioni come “è matto”, “è pericoloso” o “non è normale” riflettono stereotipi ancora molto presenti. Lo stigma nasce proprio quando una condizione psicologica o psichiatrica diventa un’etichetta capace di oscurare tutto il resto della persona. Una diagnosi può essere utile per comprendere una difficoltà e orientare il trattamento, ma non racconta un individuo nella sua interezza: dietro di essa continuano a esserci una storia, relazioni, desideri, paure, capacità e progetti.

Ne parliamo con la dott.ssa Elisa Configliacco Bausano, educatrice presso la S.R.P.2.1 Michele Risso, psicologa e psicoterapeuta.

Come si manifesta lo stigma sulla malattia mentale?

Questa riduzione della persona alla sua diagnosi può tradursi in atteggiamenti molto diversi. Lo stigma può essere evidente, attraverso esclusione e discriminazione, oppure più sottile. Può comparire quando associamo automaticamente il disturbo mentale alla pericolosità, all’imprevedibilità o all’incapacità di lavorare, avere relazioni e prendere decisioni. Esiste anche uno stigma apparentemente benevolo: considerare la persona eternamente fragile e bisognosa di protezione. Quando però la protezione diventa sostituzione, rischiamo di sottrarle occasioni di scelta, responsabilità e autonomia.

Quando lo stigma viene interiorizzato

Gli effetti del pregiudizio, però, non rimangono necessariamente all’esterno. Il modo in cui gli altri ci guardano può influenzare il modo in cui impariamo a guardare noi stessi. È ciò che accade nel cosiddetto self-stigma, quando la persona finisce per fare propri gli stereotipi legati alla malattia mentale. Se una persona, nel corso della propria vita, è stata esposta all’idea che chi ha un disturbo psichiatrico non possa avere una vita soddisfacente, dopo aver ricevuto una diagnosi può iniziare ad applicare a sé stessa quegli stessi pregiudizi, pensando: “non ce la farò”, “nessuno mi vorrà”, “non vale la pena provarci”. Questo può produrre vergogna, isolamento e perdita di fiducia nelle proprie capacità, fino a diventare una barriera anche alla richiesta di aiuto. In questo modo può crearsi una vera e propria profezia che si autoavvera: se una persona, facendo propri i pregiudizi degli altri, si convince di non essere capace di lavorare, avere relazioni o costruirsi una vita soddisfacente, potrebbe smettere di provarci, finendo così per confermare proprio ciò che lo stigma le aveva fatto credere.

La persona prima della diagnosi

Per contrastare questo processo è necessario riportare al centro la persona, non l’etichetta. Due persone con la stessa diagnosi possono avere storie, risorse e bisogni completamente differenti. Nel lavoro psicologico e riabilitativo è quindi fondamentale non fermarsi al sintomo, ma provare a comprenderne il significato all’interno della storia personale e relazionale. Comprendere non significa giustificare qualsiasi comportamento: significa chiedersi quale funzione abbia, quale bisogno esprima e quali alternative possano essere costruite.

Il ruolo della comunità e della recovery

È proprio in questa prospettiva che anche la comunità psichiatrica può assumere un significato che va oltre il trattamento dei sintomi. Può essere uno spazio nel quale sperimentare nuovamente relazioni, responsabilità, autonomia e appartenenza, facendo della quotidianità uno strumento terapeutico e riabilitativo. In una prospettiva orientata alla recovery, la domanda non è soltanto “quali sintomi devono diminuire?”, ma anche “quale vita desidera costruire questa persona?”. Recovery non significa necessariamente assenza completa di sintomi, ma possibilità di recuperare ruoli, relazioni, identità e progettualità.

Come contrastare lo stigma

Contrastare lo stigma significa quindi agire contemporaneamente sul modo in cui pensiamo, parliamo e ci relazioniamo. Significa informarsi, prestare attenzione alle parole e mettere in discussione i nostri automatismi; evitare sia l’esclusione sia l’iperprotezione; sostenere l’autonomia possibile e lasciare spazio alla voce delle persone che hanno esperienza diretta della sofferenza psichica. Soprattutto, significa ricordare che nessuno coincide completamente con la propria diagnosi. Si può attraversare una condizione di vulnerabilità e continuare ad amare, lavorare, desiderare, imparare e immaginare il futuro. Una società più attenta alla salute mentale è una società capace di vedere le persone prima delle loro etichette.